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425mila posti persi per l’intelligenza artificiale: da dove arriva quel numero

Operatori di call center al lavoro in un ufficio

Il 15 settembre le agenzie hanno rilanciato una cifra che da qualche mese gira sui giornali italiani: 425mila persone licenziate nel mondo per ragioni riconducibili direttamente all’intelligenza artificiale dal 2023 a oggi, di cui circa 142mila in Europa. Lo studio arriva dall’area ricerca di Consumers’ Forum. Vale la pena guardare da dove viene quel numero, perché sembra una statistica e non lo è.

Un conteggio di annunci, non una rilevazione

La fonte del dato è una piattaforma che raccoglie e cataloga gli annunci pubblici di riduzione del personale in cui l’azienda cita l’automazione o l’intelligenza artificiale. Non è una rilevazione statistica ufficiale, e chi la pubblica lo scrive. Significa due cose insieme: che il numero sottostima i licenziamenti dove l’azienda non nomina la tecnologia, e che sovrastima quelli in cui la tecnologia è la spiegazione più presentabile per un taglio deciso per altri motivi. Il caso di Monday.com, che ha citato l’AI licenziando 630 persone, mostra quanto la seconda ipotesi sia realistica. Lo stesso valore, con la stessa ripartizione europea, circolava già a giugno.

I mestieri sotto tiro

Sulle categorie più esposte le fonti concordano da tempo: assistenza amministrativa, assistenza clienti e call center, impiegati di banche e poste, cassieri, traduttori. Sono lavori fatti di testo ripetitivo e procedure standard, cioè esattamente ciò su cui i modelli linguistici lavorano meglio. L’Organizzazione internazionale del lavoro colloca attorno al 25% dell’occupazione mondiale i ruoli esposti all’IA generativa, e sale al 34% nei paesi ad alto reddito. Esposto non vuol dire cancellato: vuol dire che una parte delle mansioni può essere svolta dalla macchina, il che può portare a un taglio come a una riorganizzazione.

La metà italiana della storia

Per l’Italia il riferimento più citato è l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano: entro il 2033 circa il 18% dei posti equivalenti sarebbe automatizzabile, cioè attorno a 3,8 milioni di posizioni. È la cifra che finisce nei titoli. La stessa ricerca però ne contiene un’altra che raramente le sta accanto: entro il 2033 all’Italia mancheranno 5,6 milioni di lavoratori, un quarto degli occupati di oggi, perché la popolazione in età da lavoro cala di 2,8 milioni mentre i pensionati crescono di 2,3 milioni. Messi uno accanto all’altro, i due numeri raccontano un paese che rischia di non avere abbastanza persone per i mestieri che restano, più che troppe persone per i mestieri che spariscono.

Cosa si vede già negli annunci

Un indizio di quella riorganizzazione sta nella domanda: nell’ultimo anno gli annunci di lavoro che chiedono competenze legate all’intelligenza artificiale sono cresciuti del 93% in Italia, e sei lavoratori su dieci dicono che il modo di lavorare è già cambiato. Non è una consolazione automatica, perché chi perde il posto in un call center non diventa da solo il profilo che quegli annunci cercano.

Il rischio, con numeri di questo tipo, è che diventino argomento senza essere verificati. La contrazione di interi settori è reale e documentata caso per caso; il totale mondiale che la riassume in una cifra tonda, molto meno. La ricerca del Politecnico resta il punto di partenza più solido per chi vuole discuterne in Italia, a patto di leggerla tutta.

Immagine di apertura: foto di archivio Pexels.

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Giulia Ferrero

Giulia Ferrero

Redazione · Notizie

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