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AI e lavoro: quali mestieri cambiano davvero secondo i dati

Grafico esposizione dei mestieri all’intelligenza artificiale per categoria

Ogni volta che esce un rapporto sull’intelligenza artificiale e il lavoro, i titoli oscillano tra due estremi: la fine del lavoro umano o la promessa di un benessere diffuso. I dati raccontano una storia meno spettacolare e più utile. Dicono che l’impatto non è uniforme, che riguarda mansioni prima che interi mestieri, e che il confine tra un ruolo che sparisce e uno che si trasforma dipende molto da come le aziende decidono di usare gli strumenti. Vale la pena mettere in fila i numeri verificati, con l’anno e la fonte, per capire dove sta andando davvero il mercato del lavoro.

Esposizione non vuol dire sostituzione

Il primo malinteso da sciogliere riguarda una parola tecnica che ricorre in quasi tutti gli studi: esposizione. Un mestiere è “esposto” all’intelligenza artificiale quando una parte rilevante delle sue mansioni può essere svolta, in tutto o in parte, da questi strumenti. Esposizione alta non significa posto di lavoro perso. Significa che quel lavoro cambierà nei contenuti quotidiani. La stessa mansione automatizzabile può portare a un taglio oppure a un lavoratore che fa le stesse cose in metà tempo e dedica il resto ad altro.

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, l’ente di ricerca economica dei paesi avanzati nota con la sigla OCSE, ha stimato nel suo rapporto sull’occupazione del 2023 che circa il 27% dei posti di lavoro nei paesi membri rientra nelle occupazioni ad alto rischio di automazione, quelle in cui più di un quarto delle competenze richieste è considerato facilmente automatizzabile. È una quota alta, ma il rapporto stesso avverte che rischio potenziale e perdite effettive non coincidono, e che finora non si vedono segnali di un calo generalizzato della domanda di lavoro.

Le mansioni sotto pressione: routine cognitive e scrittura

Il quadro diventa più nitido guardando alle singole mansioni invece che ai titoli professionali. Lo studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro, l’agenzia delle Nazioni Unite per il lavoro nota come OIL o con la sigla inglese ILO, pubblicato nel 2023 da Pawel Gmyrek, Janine Berg e David Bescond, ha analizzato quali attività l’intelligenza artificiale generativa tocca di più. Il risultato è netto: il lavoro d’ufficio e amministrativo è la categoria più esposta in assoluto. Il 24% delle mansioni impiegatizie risulta ad alta esposizione e un altro 58% a esposizione media.

Sono le attività cognitive di routine a essere più raggiungibili: inserimento e sistemazione di dati, redazione di testi standard, prima stesura di documenti, sintesi di informazioni, risposte di primo livello nell’assistenza clienti. Non a caso lo stesso studio segnala che addetti all’inserimento dati, addetti alle buste paga e dattilografi mostrano il potenziale di automazione più elevato. Un dato sociale accompagna quello tecnico: essendo il lavoro impiegatizio più diffuso tra le donne, la quota di occupazione femminile potenzialmente interessata è oltre il doppio di quella maschile nei paesi a reddito medio e alto.

Dove l’intelligenza artificiale conta meno

All’estremo opposto ci sono mestieri poco toccati, e non sono quelli che l’intuizione suggerirebbe. Il rapporto OCSE del 2023 nota un ribaltamento rispetto alle ondate tecnologiche precedenti: questa volta le occupazioni più esposte sono spesso quelle qualificate e da scrivania, mentre restano ai margini i lavori manuali che richiedono presenza fisica, coordinazione motoria e relazione diretta. Assistenza alla persona, edilizia, ristorazione, molte mansioni artigiane restano difficili da automatizzare perché intrecciano gesto fisico, imprevisto e contatto umano.

Anche nei ruoli qualificati la componente relazionale fa da scudo. Le attività che richiedono giudizio in situazioni ambigue, responsabilità legale, negoziazione e cura restano poco sostituibili. La lezione dei dati è che a contare non è il livello di istruzione, ma la natura delle mansioni: quanto sono ripetibili, prevedibili e basate su testo.

Sostituire o trasformare: la differenza che cambia tutto

Qui sta il punto più importante e più trascurato. Lo studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro conclude che l’intelligenza artificiale generativa, per la maggior parte dei mestieri, ha più probabilità di affiancare che di eliminare. Quasi nessuna occupazione è esposta al 100%: nella maggioranza dei casi solo una parte delle mansioni è automatizzabile, il che spinge verso il completamento del lavoro umano più che verso la sua rimozione. L’effetto principale, avvertono gli autori, potrebbe non essere la perdita di posti ma il cambiamento della qualità del lavoro: ritmi, intensità, margini di autonomia.

Sul piano macroeconomico i conti tornano con questa lettura. Il rapporto del Forum economico mondiale, l’organizzazione svizzera nota come World Economic Forum e con la sigla WEF, nella sua edizione di gennaio 2025 stima per il 2030 la creazione di 170 milioni di nuovi posti e l’eliminazione di 92 milioni, con un saldo netto positivo di 78 milioni. Il forum parla di una trasformazione che tocca circa il 22% dei mestieri e prevede che il 39% delle competenze richieste oggi diventerà obsoleto entro cinque anni. Non sparisce il lavoro: cambia. La società di consulenza McKinsey, nel suo studio del giugno 2023 sul potenziale dell’intelligenza artificiale generativa, stima che la metà delle attività lavorative attuali potrebbe essere automatizzata in una finestra ampia, tra il 2030 e il 2060, con un valore aggiunto annuo tra 2.600 e 4.400 miliardi di dollari. Tempi lunghi, non un interruttore.

Il punto dolente: i lavori d’ingresso

Se c’è un segnale che merita attenzione, è quello sui ruoli d’ingresso. Uno studio dell’università di Stanford firmato da Erik Brynjolfsson e colleghi, uscito nell’agosto 2025 e basato sui dati delle buste paga del fornitore statunitense ADP, ha misurato un calo relativo del 13% dell’occupazione per i lavoratori tra i 22 e i 25 anni nelle professioni più esposte all’intelligenza artificiale generativa. Per gli sviluppatori software della stessa fascia d’età il calo arriva a circa il 20% rispetto al picco del 2022. Nello stesso periodo l’occupazione dei lavoratori più esperti nelle medesime professioni è rimasta stabile.

Il dettaglio decisivo è un altro: i cali si concentrano dove l’intelligenza artificiale automatizza le mansioni, non dove le potenzia. Nei ruoli in cui lo strumento affianca la persona, l’occupazione giovanile è rimasta stabile o è cresciuta. Il rischio non è quindi generico, ma mirato ai compiti semplici e codificabili su cui tradizionalmente i più giovani imparano il mestiere. È un tema che The AI Magazine ha già affrontato guardando a come le aziende ripensano assunzioni e formazione in come l’AI sta cambiando i lavori d’ingresso nei servizi professionali.

Il caso italiano, tra servizi e complementarità

Sull’Italia i dati esistono e sono recenti. L’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, l’ente di ricerca pubblico noto con la sigla INAPP, in uno studio del settembre 2024 stima che circa il 23% dei lavoratori italiani si trovi in occupazioni a rischio di sostituzione, mentre complessivamente circa metà della forza lavoro è coinvolta in qualche misura dall’intelligenza artificiale, in positivo o in negativo. La stima si basa su un indicatore costruito sui dati dell’Indagine campionaria sulle professioni e della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’ISTAT, l’Istituto nazionale di statistica, con un fattore che distingue i compiti sostituibili da quelli in cui l’intelligenza artificiale fa da complemento.

Sulla stessa linea la Banca d’Italia, in un lavoro di ricerca dell’ottobre 2024, colloca le occupazioni più esposte nei settori dei servizi, dove è alta la presenza di personale qualificato e di donne. Il dettaglio che vale la pena tenere a mente: dei circa nove milioni di lavoratori italiani altamente esposti, oltre la metà, secondo l’analisi, trarrebbe beneficio dall’intelligenza artificiale perché complementare alle proprie mansioni, non sostitutiva. Chi vuole i numeri di partenza li trova nell’approfondimento su cosa dicono davvero i primi dati Istat su AI e lavoro in Italia, mentre sul fronte delle imprese resta utile l’ascolto diretto raccolto in quello che ho scoperto parlando con 30 PMI italiane.

Cosa dicono, in sintesi, i numeri

Messi insieme, i dati disegnano un mercato del lavoro che si riorganizza più che svuotarsi. Le mansioni cognitive di routine e la scrittura standard sono sotto pressione ovunque; i lavori manuali, relazionali e di responsabilità reggono; la maggior parte dei ruoli viene trasformata, non cancellata. Il segnale più concreto arriva dai posti d’ingresso, dove chi progetta l’uso degli strumenti come sostituzione anziché come supporto rischia di erodere proprio il gradino su cui si formano i nuovi professionisti. L’Italia non è un’eccezione: la stessa tecnologia che minaccia una parte delle mansioni ne potenzia un’altra, e la differenza la fanno le scelte organizzative più che la tecnologia in sé. Guardare i numeri, con la loro data e la loro fonte, resta il modo migliore per non farsi trascinare né dall’allarme né dalla promessa.

Fonti: OCSE, Employment Outlook 2023; Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), “Generative AI and Jobs” 2023; World Economic Forum, Future of Jobs Report 2025; McKinsey, “The economic potential of generative AI” 2023; INAPP, 2024; Banca d’Italia, Questioni di economia e finanza n. 878, 2024; Stanford, Brynjolfsson et al., 2025.

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Elisa Marchetti

Elisa Marchetti

Redazione · Approfondimenti

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