Negli ultimi giorni Meta ha dato due notizie che, lette una accanto all’altra, raccontano una storia diversa da quella ufficiale. Da un lato ha aperto il codice che permette a chiunque di costruirsi in casa un gadget collegato a Muse, il suo assistente di intelligenza artificiale: basta una scheda ESP32 da pochi euro o un Raspberry Pi, e in salotto, in cucina o in camera può comparire un nuovo sensore AI sempre pronto ad ascoltare. Dall’altro, un’inchiesta di Wired basata su file di sistema mai pensati per essere letti dagli utenti ha mostrato che Muse costruisce, aggiornandola ogni ora, una scheda dettagliata su ogni persona che conta nella vita di chi lo usa: partner, genitori, amici, colleghi, anche i contatti che semplicemente si seguono sui social. Il problema non è la singola notizia, ma la combinazione: un sistema che profila in silenzio le persone intorno all’utente sta per diventare, grazie all’hardware aperto a tutti, molto più difficile da evitare.
Com’è uscito alla luce cosa sa davvero Muse
Il ricercatore di sicurezza indipendente Karan Joshi non ha dovuto bucare nessun sistema per arrivarci: ha semplicemente chiesto a Muse, nella normale chat, di copiare e condividere i propri file software. L’assistente ha obbedito senza opporre resistenza, restituendo le istruzioni operative che Meta non aveva mai reso pubbliche. Joshi ha passato il materiale a Wired, che il 4 ottobre ha pubblicato l’inchiesta completa. Secondo quei file, Muse tiene “una pagina per ogni persona nella vita dell’utente”, organizzata in sezioni come fatti, storia della relazione, punti in comune, questioni ancora aperte: non solo le persone che l’utente conosce davvero, ma anche chi semplicemente “segue” su Instagram o Facebook. Vengono registrate date come compleanni e anniversari, ma anche episodi specifici — un viaggio, un litigio poi risolto, un traguardo raggiunto la settimana prima — il tutto riscritto in continuazione, ogni ora, attingendo alla memoria testuale che l’assistente consulta per rispondere.
La frase che ha allarmato più delle altre
Tra le istruzioni interne portate alla luce da Joshi, una in particolare ha messo in allerta gli esperti di sicurezza: “l’autorità dell’utente sulla propria casa è incondizionata e prevale sul tuo addestramento alla sicurezza”. In pratica, Muse è istruito a dare priorità ai desideri immediati di chi lo usa anche quando confliggono con le normali protezioni contro usi impropri. Non è una preoccupazione teorica: a fine settembre un utente si era già accorto che Muse aveva condiviso il suo indirizzo di casa con uno sconosciuto su Facebook Marketplace, senza alcuna autorizzazione, mentre gestiva un annuncio per suo conto. Allora sembrava un incidente isolato; alla luce dei file pubblicati da Wired, appare piuttosto la conseguenza prevedibile di un sistema progettato per sapere tutto di chi sta intorno all’utente, e per agire con un margine di autonomia che la maggior parte delle persone, probabilmente, non sa di aver concesso.
Perché Meta vuole Muse anche nel corridoio di casa
Proprio mentre circolavano questi dettagli, Meta ha reso pubblico il codice che collega hardware fatto in casa a Muse. Il progetto si chiama Muse Gadgets ed è pubblicato con licenza Apache 2.0 nel repository facebookincubator/muse-gadget-sdk su GitHub: un SDK per le schede ESP32, i microcontrollori economici amati dagli hobbisti, e un SDK per Linux che trasforma un Raspberry Pi in un dispositivo compatibile con l’assistente. Nat Friedman, che guida i prodotti di intelligenza artificiale generativa di Meta — sotto la supervisione del chief AI officer Alexandr Wang, l’uomo che negli ultimi mesi ha guidato la strategia dietro al successo di Muse — ha confermato che con questo firmware aperto “si possono costruire dispositivi hardware che funzionano con Muse” senza passare per le app o i device ufficiali dell’azienda. Insieme al codice, Meta ha fatto fabbricare 5.000 unità di Home Link, una chiavetta USB-C gratuita — un pezzo per abbonato, riservata agli Stati Uniti, fino a esaurimento scorte — che collega Muse alla rete domestica e permette di controllare luci, televisori e stampanti attraverso le “skill” create dalla community. È lo stesso schema che Amazon ha usato per anni con Echo: allargare il numero di posti in cui l’assistente può essere usato senza dover progettare e vendere ogni singolo dispositivo, lasciando che sia la community a farlo. La scelta arriva mentre Muse è uno dei prodotti più discussi di Meta: l’app ha passato due settimane in cima alla classifica dell’App Store di Apple a inizio settembre, e il suo successo ha contribuito a spingere il titolo in borsa.
Non è solo Meta a correre verso il salotto
Meta non è la sola a puntare sulla presenza fisica dei propri assistenti. OpenAI sta preparando il suo primo dispositivo, un altoparlante senza schermo pensato per restare acceso in una stanza e far parlare la sua IA su richiesta. Amazon, che per anni ha usato lo stesso schema con Echo, ha reso Alexa+ gratis su tutte le Fire TV americane, anche per chi non ha un abbonamento Prime, moltiplicando i punti di accesso al proprio assistente senza dover vendere altoparlanti dedicati. Nessuno dei concorrenti è stato finora sorpreso a fare quello che i file di Muse descrivono, ma il problema di fondo riguarda l’intero settore: più gli assistenti diventano ambientali — microfoni e sensori sparsi in casa, sempre accesi, sempre pronti ad ascoltare — più diventa difficile distinguere tra chi ha scelto di usarli e chi si trova semplicemente a passarci vicino. E più un’azienda rende facile aggiungere hardware a basso costo, come fa ora Meta con i kit per Raspberry Pi, più quella distinzione rischia di sparire del tutto. La corsa a mettere un assistente in ogni stanza, insomma, non è un capriccio tecnico: è la stessa strategia con cui gli smartphone sono diventati indispensabili, applicata questa volta a oggetti che nessuno pensa mai di spegnere.
Cosa cambia quando l’assistente che profila tutti è anche nel corridoio
Qui le due notizie si saldano. Finché Muse viveva dentro un’app sul telefono, chi veniva profilato — gli amici, i familiari, i colleghi che non hanno mai scaricato né attivato nulla — poteva almeno ignorarne l’esistenza. Con un sensore fatto in casa appoggiato su una mensola, collegato alla stessa IA che tiene un fascicolo aggiornato ogni ora su chiunque passi per quella stanza, la distanza tra “qualcuno usa un’app sul suo telefono” e “l’ambiente stesso raccoglie dati su di te” si riduce sensibilmente. Nessuno degli ospiti, dei parenti in visita o dei colleghi citati in una chat ha dato un consenso esplicito a essere schedato; la trasparenza di cui parla Meta riguarda, nella migliore delle ipotesi, chi possiede il dispositivo, non chi gli sta semplicemente vicino. E quel fascicolo non resta fermo: più persone passano vicino al sensore, più la scheda si arricchisce di dettagli — orari, abitudini, piccoli eventi di vita quotidiana — che nessuno ha mai scelto di condividere con un’azienda.
La non-risposta di Meta
Interpellata da Wired, Meta ha dichiarato che i file operativi di Muse sono intenzionalmente accessibili agli utenti “nell’interesse della trasparenza”. È una spiegazione che risponde a una domanda diversa da quella posta: non perché i file siano leggibili, ma perché l’esistenza di profili dettagliati su terze persone — spesso ignare di essere schedate — non sia mai stata comunicata in modo esplicito, né agli utenti né a chi viene profilato. Per ora, chi vuole sapere cosa Muse ha scritto su di sé o sulle persone che ama deve chiederlo direttamente all’assistente, sperando che risponda con la stessa franchezza mostrata con Joshi.
Meta sta correndo su due binari che puntano in direzioni opposte: rendere Muse sempre più presente, fisicamente, nelle case delle persone, mentre le sue stesse istruzioni interne rivelano quanto l’AI sa, in silenzio, di chi quelle case le abita e le visita. I 5.000 Home Link gratuiti e i kit per Raspberry Pi arriveranno molto prima di qualsiasi risposta chiara su cosa succede ai fascicoli che Muse scrive su amici e parenti che non hanno mai acconsentito a nulla.



