«Non funziona bene»: il test di Chesky su Muse e Instinct
Brian Chesky, cofondatore e amministratore delegato di Airbnb, ha raccontato di aver provato a prenotare un soggiorno Airbnb passando per due assistenti di intelligenza artificiale diversi: Muse di Meta e Instinct, la startup di assistenti personali che in poche settimane ha raggiunto una valutazione miliardaria. Il giudizio, riportato da TechCrunch, è netto: «Ho provato Airbnb su Muse e Instinct. Non funziona bene».
Secondo Chesky il problema non è un singolo bug ma la struttura stessa del chatbot: ogni scambio offre poche opzioni, servono più passaggi per arrivare a un risultato, e il sistema è pensato per un solo utente alla volta. Su Airbnb, invece, scegliere dove andare in vacanza è spesso un processo lento e condiviso, che più persone vogliono vivere insieme — non un problema da risolvere nel minor numero di messaggi possibile.
L’idea della «IA multiplayer»
Per questo Chesky dice di voler costruire quella che chiama «IA multiplayer»: interfacce che permettono a un gruppo di pianificare un viaggio insieme, con l’assistente nel ruolo di facilitatore piuttosto che di oracolo che sputa una risposta secca. Airbnb punta a lanciare qualcosa in questa direzione nei prossimi tre-sei mesi.
Perché serve un sistema operativo per gli agenti
Il punto più ampio che Chesky vuole far passare è che il settore sta costruendo agenti sopra sistemi operativi pensati per altro, invece di creare un’infrastruttura nativa per l’intelligenza artificiale. Il paragone che usa è con l’App Store di Apple: senza un SDK e un sistema operativo pensati apposta, le app non potrebbero replicare davvero le funzioni del telefono né garantire che funzionino tutte allo stesso modo. Per gli agenti IA, dice, manca ancora questo livello di base — ed è anche per questo che secondo lui il tentativo di OpenAI di trasformare ChatGPT in una specie di app store «non ha funzionato molto bene», perché non si appoggia a un vero supporto SDK.
Cosa sta costruendo Airbnb
Nel frattempo Airbnb sta rendendo la propria app più leggibile dagli agenti esterni e sta costruendo assistenti proprietari per la ricerca, l’assistenza clienti e, in autunno, anche per la voce — che secondo Chesky diventerà il canale naturale man mano che aumenta chi preferisce parlare invece di scrivere. Sul fronte dell’interoperabilità, Chesky punta su MCP (Model Context Protocol), lo standard che permette agli agenti di collegarsi tra loro e alle piattaforme senza dover costruire un’integrazione diversa per ogni assistente.
Resta un fatto scomodo per il discorso di Chesky: anche Airbnb, per ora, non ha ancora mostrato un proprio agente capace di fare meglio di Muse o Instinct. La critica è più facile da formulare che da risolvere, e i prossimi mesi diranno se l’azienda riuscirà a costruire quell’infrastruttura di cui parla, o se resterà un’osservazione intelligente senza un prodotto a dimostrarla.
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