Ogni sei mesi arriva la stagione delle previsioni sull’intelligenza artificiale, e ogni sei mesi il risultato è lo stesso: una lista di affermazioni che nessuno verificherà mai, scritte da persone che non pagheranno alcun prezzo se sbaglieranno.
Qui facciamo l’esercizio opposto. Mettiamo in fila solo le cose già decise: date scritte in atti pubblicati, scadenze già votate, obblighi che scatteranno che qualcuno sia pronto o no. Tutto il resto — cioè quello che secondo noi succederà — sta in un capitolo separato ed è dichiarato come opinione, non come fatto.
La distinzione non è un vezzo. Chi deve decidere se comprare, assumere o adeguarsi ha bisogno di sapere cosa è vincolante e cosa è chiacchiera.
Il 2 agosto 2026: cosa scatta davvero
Questa è la data attorno a cui ruota tutto il semestre, ed è anche la più fraintesa, perché per un anno è stata raccontata come “il giorno in cui l’AI Act entra pienamente in vigore” e nel frattempo le cose sono cambiate.
Dal 2 agosto 2026 entrano in applicazione tre blocchi, e nessuno dei tre è quello che la maggior parte delle persone si aspetta.
Il primo sono gli obblighi di trasparenza dell’articolo 50: chi interagisce con un sistema di AI deve poterlo sapere, i contenuti generati o manipolati vanno marcati in un formato leggibile dalle macchine, i deepfake vanno etichettati in modo chiaro e visibile.
Il secondo sono i poteri di applicazione della Commissione sui modelli di uso generale. Gli obblighi per i fornitori di GPAI — i modelli come GPT, Claude o Gemini che servono a mille scopi diversi — esistono dall’agosto 2025, ma per un anno la Commissione non ha potuto sanzionarli: dal 2 agosto 2026 può, con multe fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale annuo (articolo 101 del regolamento, su EUR-Lex).
Il terzo, meno raccontato, è che da quel giorno il quadro sanzionatorio degli Stati membri diventa pienamente operativo per la generalità dei sistemi.
Chi cerca il quadro completo — come è costruito l’AI Act, chi risponde di cosa, perché l’impianto europeo è l’opposto di quello americano — lo trova nella nostra analisi delle due strade opposte imboccate da Bruxelles e Washington. Qui restiamo sulle date.
Cosa invece è stato rinviato, e di quanto
Qui sta la novità del 2026, ed è una novità grossa.
Il pacchetto di semplificazione noto come Digital Omnibus ha chiuso il suo percorso il 29 giugno 2026, con il via libera definitivo del Consiglio dell’Unione dopo il voto del Parlamento europeo del 16 giugno (comunicato del Consiglio, ricostruzione delle tappe su DLA Piper). Sulle date, il risultato è questo.
Le regole per i sistemi ad alto rischio in aree sensibili — biometria, infrastrutture critiche, istruzione, lavoro, migrazione, asilo e controllo delle frontiere — si applicano dal 2 dicembre 2027, non più dal 2 agosto 2026. Sedici mesi in più.
Le regole per i sistemi integrati in prodotti già regolati da normative settoriali europee — ascensori, giocattoli, macchinari, dispositivi medici — si applicano dal 2 agosto 2028.
Insieme al rinvio, l’omnibus ha introdotto altro: il divieto dei sistemi di AI che generano contenuti intimi non consensuali, comprese le cosiddette app di “nudificazione”, che si applica dal 2 dicembre 2026; la centralizzazione in capo all’AI Office della vigilanza sui sistemi costruiti sopra i modelli di uso generale; l’estensione alle piccole imprese a media capitalizzazione di requisiti semplificati già previsti per le PMI; un accesso più ampio ai sandbox regolatori.
Traduzione per chi deve lavorarci: se la tua azienda usa l’AI per selezionare candidati, valutare prestazioni, assegnare compiti o monitorare i lavoratori, la scadenza operativa non è più tra tre settimane, è tra diciassette mesi. Ma gli obblighi di trasparenza restano al 2 agosto 2026. Se quei sedici mesi in più siano un regalo alle imprese europee o un boomerang è una discussione che abbiamo fatto per esteso altrove; in questo pezzo ci limitiamo a registrare che le date sono queste.
Il codice sulla marcatura dei contenuti: c’è, ed è volontario
Il 10 giugno 2026 la Commissione ha pubblicato la versione finale del codice di condotta su marcatura ed etichettatura dei contenuti generati dall’AI. Serve a dare ai fornitori e agli utilizzatori di sistemi generativi un percorso pratico per rispettare gli obblighi di trasparenza che partono il 2 agosto.
Due cose vanno capite bene. La prima: il codice è volontario. Non firmarlo non è una violazione. Ma se lo firmi e lo rispetti, hai un modo relativamente robusto di dimostrare a un’autorità che stai adempiendo all’articolo 50, e questo riduce l’incertezza.
La seconda è tecnica ed è interessante: il codice parte dal presupposto che nessuna singola tecnica di marcatura sia sufficiente. Né i metadati da soli, né il watermark (la filigrana digitale nascosta nel file) da soli reggono ai requisiti di efficacia, interoperabilità, robustezza e affidabilità richiesti dal regolamento — i metadati si perdono in un ricaricamento su un social, i watermark si degradano con la compressione. Il codice chiede quindi un approccio a più livelli, con almeno due strati di marcatura leggibile dalle macchine dove necessario.
L’Italia ha un suo calendario, e scade prima
Chi si concentra solo su Bruxelles perde metà del quadro.
L’Italia ha una propria legge sull’intelligenza artificiale, la legge 132/2025, che affianca l’AI Act con norme nazionali su responsabilità, professioni, giustizia, pubblica amministrazione e sanzioni penali (cosa contiene, articolo per articolo). Quello che conta in un calendario è una data sola: la delega al governo per i decreti legislativi attuativi scade il 10 ottobre 2026.
Il processo è partito. Il Consiglio dei Ministri del 10 giugno 2026 ha approvato in esame preliminare i primi due decreti — uno su poteri delle autorità, vigilanza, sanzioni, sperimentazione, formazione e lavoro, l’altro su AI nelle attività di polizia e responsabilità civile e penale (ADVANT Nctm, Altalex). Gli altri mancano, e mancano meno di tre mesi.
Quindi, per un’azienda italiana, il secondo semestre 2026 ha due orologi che corrono insieme: gli obblighi europei di trasparenza dal 2 agosto e il completamento del quadro nazionale entro il 10 ottobre. Ed è ACN, l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, l’autorità di vigilanza del mercato con poteri ispettivi e sanzionatori: cioè quella che può bussarti alla porta. È il motivo per cui le due scadenze vanno lette insieme e non separatamente.
Cosa hanno già annunciato i fornitori (e cosa no)
Sul fronte industriale, la cronaca dei mesi scorsi vale più di qualunque previsione.
GitHub ha cambiato le regole di fatturazione di Copilot dal 1° giugno 2026, spostando l’uso su un sistema a crediti e facendo consumare minuti di Actions alle revisioni automatiche sui repository privati. Non è una previsione: è già in fattura. Cosa significhi a parità di consumo reale lo abbiamo calcolato nel confronto fra Cursor, Claude Code e Copilot.
Anthropic ha spostato i piani consumer di Claude a un regime opt-out per l’addestramento sui dati ad agosto 2025 (aggiornamento dei termini), tenendo fermo il non addestramento di default sui prodotti commerciali. Microsoft ha introdotto il flex routing su Microsoft 365 Copilot, che consente l’inferenza del modello fuori dal confine dati europeo nei picchi di domanda: è attivo di default per i tenant UE ed EFTA creati dopo il 25 marzo 2026, e va disattivato a mano dal centro di amministrazione.
Quello che i fornitori non hanno pubblicato è una roadmap vincolante dei modelli. Nessuno dei tre grandi laboratori annuncia con mesi di anticipo cosa uscirà e quando, e chiunque scriva “a settembre arriverà il modello X” sta indovinando. Vale la pena dirlo apertamente, perché metà dell’informazione su questo settore si regge su indovinelli presentati come notizie.
Sul piano delle politiche industriali europee, invece, una cosa concreta c’è: il 3 giugno 2026 la Commissione ha presentato la proposta di Cloud and AI Development Act, dentro un pacchetto sulla sovranità tecnologica. È una proposta, cioè l’inizio di un percorso legislativo, non una regola in vigore.
La nostra lettura, dichiarata come tale
Da qui in avanti non ci sono più fatti verificabili: c’è quello che pensiamo noi. Lo scriviamo separatamente apposta.
Primo. Pensiamo che gli obblighi di trasparenza del 2 agosto saranno il primo vero banco di prova dell’AI Act, proprio perché sono i più semplici e i più visibili. Marcare i contenuti e dichiarare che un chatbot è un chatbot non richiede consulenze da centomila euro: richiede di farlo. Se a dicembre la maggioranza dei servizi in circolazione ancora non lo fa, non avremo imparato niente sulla norma — avremo imparato qualcosa sulla capacità dell’Europa di farla rispettare, che è una questione diversa e più seria.
Secondo. Ci aspettiamo che la sovranità del dato diventi il criterio di acquisto dominante nelle aziende italiane più regolate — banche, sanità, pubblica amministrazione — più della qualità del modello. Il caso del flex routing di Microsoft, dove una garanzia di residenza europea si è ammorbidita con un’impostazione attiva di default, è esattamente il tipo di episodio che riscrive un capitolato. E nel frattempo dà un mercato a chi vende infrastruttura che resta dentro il perimetro del cliente, cioè a buona parte delle aziende di AI italiane che oggi vale la pena conoscere.
Terzo, ed è la lettura a cui teniamo di più perché non ha niente a che fare con Bruxelles. Riteniamo che nel secondo semestre il fattore che cambierà davvero i comportamenti delle aziende italiane non sarà una norma: sarà una fattura. I fornitori stanno spostando i listini dal canone al consumo — GitHub lo ha fatto a giugno, e le quote di modello incluse nei piani di Cursor e Anthropic funzionano allo stesso modo — e questo significa che nel 2027 il costo dell’AI smetterà di essere una voce prevedibile del budget proprio nell’anno in cui i budget vengono scritti. Chi ha pianificato una spesa “per postazione” rifarà i conti a esercizio iniziato, e non sarà una conversazione piacevole con il controllo di gestione.
Nessuna delle tre è una previsione da mettere in banca. Sono letture, e tra sei mesi si potrà venire a controllare se aveva



