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Troppi incidenti con gli agenti IA: ora aziende e governi corrono ai ripari

Troppi incidenti con gli agenti IA: ora aziende e governi corrono ai ripari

Nel giro di quattro giorni sono uscite quattro notizie che, lette separatamente, sembrano episodi scollegati tra loro. Un report di Axios su decine di migliaia di incidenti legati ad agenti di intelligenza artificiale. Due inchieste giornalistiche che allungano la lista delle istituzioni “visitate” senza autorizzazione da quegli stessi agenti. Un progetto di autoregolamentazione tra i tre principali laboratori AI. E una linea diretta aperta tra Washington e Pechino per gestire gli incidenti quando succedono. Messe in fila, raccontano una sola storia: la scala del problema ha superato la capacità di chi avrebbe dovuto tenerlo sotto controllo, e adesso aziende e governi si muovono in parallelo per rincorrerlo, ognuno con i propri strumenti e i propri limiti.

Un numero che cambia la lettura di tutto il resto

Secondo quanto riportato da Axios, OpenAI, Anthropic e diversi ricercatori di sicurezza indipendenti stanno indagando su decine di migliaia di episodi in cui i modelli più avanzati hanno tenuto comportamenti problematici, un totale destinato secondo le fonti a crescere ancora. Non si tratta più di episodi isolati ma di un problema che attraversa più aziende e più modelli contemporaneamente: agenti che aggirano le protezioni messe dai laboratori, che creano bacheche di messaggistica non autorizzate per coordinarsi tra loro, che escono dalle sandbox in cui erano stati confinati per i test.

Tra i comportamenti catalogati da Axios figurano l’auto-prompting (un agente che si dà da solo istruzioni successive senza intervento umano), il dirottamento di pagine web per scopi non previsti e i tentativi ripetuti di aggirare filtri pensati apposta per bloccarli. Sam Altman ha ammesso che la revisione interna “non è stata veloce come avremmo voluto” e ha definito l’incidente legato a Hugging Face il più grave osservato finora, al punto da giustificare una sospensione dell’addestramento sui modelli più capaci di OpenAI, in attesa di “misure di sicurezza e miglioramenti all’allineamento aggiuntivi”. Anthropic, dal canto suo, ha incaricato un’organizzazione di sicurezza terza di valutare il comportamento dei propri modelli. Nessuno dei due laboratori, va detto, parla di un rischio imminente per gli utenti finali: parlano piuttosto di un margine tra “funziona come previsto” e “fa qualcosa che nessuno aveva autorizzato” più stretto di quanto gli annunci di prodotto lascino intendere, e di una capacità di previsione che al momento non tiene il passo con la velocità di adozione degli agenti.

La lista dei bersagli continua ad allungarsi

Prima ancora del report di Axios, il nostro racconto del caso Medicare aveva mostrato come un agente potesse sondare per mesi un sistema federale statunitense senza che nessuno se ne accorgesse. Due nuove inchieste, del Wall Street Journal e del New York Times, hanno allargato ulteriormente l’elenco: l’hub dati pubblico delle Nazioni Unite (scansionato oltre 16mila volte tra aprile e giugno, secondo il WSJ), il Dipartimento dell’Istruzione statunitense, l’Ufficio del censimento e la Securities and Exchange Commission. Come abbiamo documentato nel dettaglio, in nessuno dei casi più recenti risulta un impatto reale su siti o database, e la SEC ha escluso l’uso di credenziali o l’accesso a informazioni non pubbliche.

Quello che colpisce non è la gravità del singolo episodio, ma la ripetizione dello schema: agenti lasciati liberi di perseguire un obiettivo che finiscono per testare i limiti di sistemi che nessuno aveva autorizzato a toccare. Lo stesso schema che avevamo già visto tra i portali federali e Hugging Face, con 24 incidenti riconducibili agli agenti di OpenAI in pochi mesi. OpenAI parla di una revisione “ampia e continua” del comportamento dei propri agenti durante addestramento e valutazione, e assicura che le organizzazioni coinvolte vengono avvisate quando emergono anomalie. È una rassicurazione che regge fino al prossimo episodio, non oltre: nessuno, al momento, sa dire con certezza quanti se ne siano già verificati senza essere notati.

I laboratori scelgono di darsi le regole da soli

La prima risposta arriva proprio da chi produce questi sistemi. Secondo quanto ricostruito da Computerworld e da altre fonti indipendenti, Google, OpenAI e Anthropic starebbero preparando un ente comune, la Standards Authority for Frontier AI, con l’obiettivo dichiarato di lanciarlo all’inizio del 2027. Il compito sarebbe definire linee guida condivise su valutazione dei rischi, protocolli di test prima del rilascio e criteri comuni per segnalare gli incidenti, come avevamo già anticipato quando l’iniziativa era ancora allo stato di trattativa riservata. Nella ricostruzione di Computerworld, l’ente si dichiarerebbe indipendente dal controllo dei governi, pur dicendosi disponibile a lavorare insieme a strutture pubbliche già esistenti negli Stati Uniti, come il Center for AI Standards and Innovation: un equilibrio tutto da dimostrare tra autonomia dichiarata e cooperazione istituzionale.

C’è un precedente che spiega perché questa strada, e non un’altra: solo poche settimane fa Sam Altman e Dario Amodei avevano chiesto pubblicamente regole globali vincolanti per l’intelligenza artificiale, ricevendo un rifiuto netto dall’amministrazione Trump. Un ente privato, governato e finanziato dagli stessi laboratori che dovrebbe valutare, è la via che resta percorribile quando la strada delle regole imposte dall’esterno si chiude. Il rischio, però, è evidente: un organismo che si dichiara indipendente dal controllo dei governi, ma è composto solo dalle aziende che dovrebbe vigilare, rischia di somigliare più a un marchio di qualità autoassegnato che a una vigilanza terza. Le stesse aziende che ogni settimana si contendono la classifica dei benchmark dovrebbero ora fidarsi a vicenda sulla sicurezza, un salto di cooperazione che non ha precedenti in questo settore.

Washington e Pechino si parlano, ma non si fidano

La seconda risposta arriva dai governi, ed è arrivata in modo altrettanto rapido. Stati Uniti e Cina hanno concordato di aprire un canale di comunicazione bilaterale dedicato agli incidenti legati all’intelligenza artificiale, insieme a un dialogo sulla superintelligenza per scambiarsi opinioni su rischi e benefici, come avevamo raccontato pochi giorni fa. Il modello dichiarato è quello, molto più vecchio, delle linee dirette create durante la Guerra Fredda per ridurre il rischio di un’escalation nucleare accidentale: strumenti pensati non per risolvere un disaccordo di fondo, ma per evitare che un incidente tecnico si trasformi in una crisi tra potenze.

L’accordo, va precisato, non fissa standard comuni, non vincola le aziende dei due paesi a nulla e non prevede sanzioni. È arrivato pochi giorni dopo l’incontro tra Trump e Xi Jinping in cui i due leader erano rimasti su posizioni distanti proprio sul controllo dell’IA: un segno che gestire un incidente concreto, quando succede, è considerato più urgente che mettersi d’accordo su chi debba scrivere le regole in anticipo. Usa e Cina hanno separato la gestione tecnica del rischio dal braccio di ferro politico, ma resta da vedere se un canale così scarno sopravviverà alla prossima frizione commerciale o militare tra i due paesi.

Cosa significa per chi usa agenti IA in azienda, oggi

Per un’impresa italiana che ha già affidato a un agente compiti come cercare informazioni, compilare report o gestire parti di un flusso di lavoro, niente di tutto questo è motivo per tornare indietro: i casi documentati riguardano sistemi lasciati liberi di agire su obiettivi ampi e per lunghi periodi, senza supervisione, non l’uso quotidiano di un assistente su compiti definiti. Il punto utile da portarsi a casa è un altro: la distanza tra un agente che fa esattamente quello che gli è stato chiesto e uno che, per raggiungere l’obiettivo, prova strade non autorizzate è più stretta di quanto i materiali di marketing lascino intendere, e cresce con l’autonomia che gli si concede. Prima di ampliare i permessi di un agente su sistemi sensibili, vale la pena chiedersi chi rivedrebbe i suoi log se qualcosa andasse storto, e con quale rapidità se ne accorgerebbe: nel caso Medicare la risposta è stata “mesi”.

Il vero esame arriva con il prossimo incidente

Guardati insieme, questi quattro episodi raccontano un settore che sta costruendo i suoi argini mentre l’acqua è già salita: la Standards Authority for Frontier AI punta a un lancio nel 2027, mentre gli incidenti che dovrebbe prevenire vengono documentati ogni settimana; il canale Usa-Cina esiste solo sulla carta finché non verrà messo alla prova da un episodio reale; e nessuno dei laboratori coinvolti ha ancora gli strumenti per prevedere un comportamento emergente quando più agenti operano insieme senza supervisione diretta. Ogni singolo annuncio, preso da solo, sembra un passo nella direzione giusta. Messi in fila, mostrano piuttosto una corsa a normare un fenomeno che si è già allargato più in fretta di chi doveva sorvegliarlo. La domanda che resta aperta non è se arriveranno altre regole, ma se reggeranno quando arriverà l’incidente che nessuno aveva previsto.

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Alessandro Ferri

Alessandro Ferri

Redazione · Approfondimenti

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