Un gruppo di grandi editori musicali, tra cui Universal Music Group e Sony Music, ha chiuso il contenzioso sul diritto d’autore contro X, la piattaforma di Elon Musk. Con due depositi in tribunale, le parti hanno chiesto ai giudici di archiviare le rispettive cause.
Cosa c’era in ballo
Gli editori accusavano X di violare centinaia di loro copyright, lasciando che gli utenti pubblicassero brani senza licenza. La richiesta era finita davanti a un tribunale federale del Tennessee. X aveva risposto con una controcausa in Texas, sostenendo che gli editori si fossero accordati tra loro per ostacolare la concorrenza e costringere la piattaforma a licenziare i brani a prezzi gonfiati.
Entrambe le richieste di archiviazione sono “con pregiudizio”: una formula che significa che quelle stesse cause non possono essere ripresentate. È una chiusura definitiva, non una tregua.
Quello che non sappiamo
I depositi non contengono i termini dell’accordo, e nessuna delle due parti ha aggiunto dettagli. Non è dato sapere se sia stato pagato del denaro, in quale direzione, né se sia stata firmata una licenza che regoli l’uso della musica sulla piattaforma d’ora in avanti.
È il punto che rende la notizia meno leggibile di quanto sembri. Una rinuncia reciproca e definitiva di solito segnala che qualcuno ha ottenuto qualcosa, ma senza i termini non si può dire chi. Vale la pena notare che X aveva alzato la posta citando 18 editori e la NMPA, l’associazione americana degli editori musicali: chi apre un fronte così largo raramente lo chiude a mani vuote, ma è una lettura, non un fatto accertato.
Perché riguarda l’intelligenza artificiale
La causa in sé nasceva dalla musica caricata dagli utenti, non dall’addestramento di modelli. Ma il contesto in cui si chiude è quello: l’industria musicale sta combattendo su più tavoli contemporaneamente contro le piattaforme tecnologiche, e la partita sull’AI generativa è la più grossa. Pochi giorni fa un attacco informatico ha rivelato che Suno avrebbe raccolto musica da YouTube, Deezer e Genius per addestrare il proprio generatore. Gli editori di libri, dal canto loro, hanno appena fatto causa a Google sostenendo che Gemini sia stato addestrato su opere protette.
Anche per gli autori italiani il nodo è lo stesso: capire su cosa un modello è stato addestrato è quasi sempre impossibile dall’esterno, e l’AI Act europeo impone obblighi di trasparenza sui dati di addestramento che entreranno pienamente a regime solo gradualmente.
Un precedente che non c’è
La chiusura senza sentenza toglie dal tavolo quello che sarebbe potuto diventare un pronunciamento utile: un giudice che stabilisse fin dove arriva la responsabilità di una piattaforma per la musica caricata dai suoi utenti, e se il comportamento collettivo degli editori nelle trattative di licenza configuri o meno un problema di concorrenza. Le due domande restano aperte, e la prossima volta ricominceranno da zero. La ricostruzione dei depositi è stata riportata da Billboard.
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