Faccio questo mestiere da abbastanza tempo da ricordarmi com’era buttare giù una scaletta fissando il soffitto. Eppure lunedì mattina, quando ho chiuso tutte le schede degli assistenti che apro ogni giorno, mi sono sentito come chi spegne il GPS in una città che credeva di conoscere a memoria. L’esperimento era semplice e un filo presuntuoso: cinque giorni di lavoro normale, senza toccare un solo strumento di AI. Niente riscritture, niente riassunti automatici, niente “dammi cinque titoli”. Volevo capire una cosa che di solito ci raccontiamo troppo in fretta: quanto di quello che chiamo produttività è davvero mio, e quanto è del modello.
La regola che mi sono dato
Una sola, ma rigida: zero AI nel lavoro. Potevo usare la ricerca classica, il dizionario di carta, i colleghi. Vietato tutto il resto. Per non barare mi sono tenuto accanto un quaderno dove segnavo ogni volta che la mano correva verso una scheda che non c’era più. La prima riga l’ho scritta alle 9:12 di lunedì.
Lunedì, e il rumore che manca
Dovevo mandare una mail delicata a un cliente. Di norma incollo quattro punti dentro ChatGPT, sistemo il tono e chiudo in quattro minuti. Quel lunedì l’ho riscritta tre volte. Ci ho messo venticinque minuti buoni e a metà mi è venuto il dubbio di aver perso la mano. Poi l’ho riletta: suonava come me, con le mie pause storte e una frase un po’ lunga che il modello mi avrebbe tagliato. L’ho lasciata così. Non so se fosse migliore. Era più mia, questo sì.
Martedì e mercoledì: dove ho sudato
Qui è arrivata la fatica vera. Martedì dovevo mettere insieme un pezzo di ricerca. Di solito parto da Perplexity e in dieci minuti ho una mappa del terreno. Invece ho aperto quattordici schede, ho letto, ho preso appunti a mano. Lentissimo. Però mercoledì, quando ho scritto, mi ricordavo le cose: sapevo da dove veniva ogni dato, non lo avevo solo incollato. Nello stesso pomeriggio dovevo tradurre due paragrafi da un report inglese. Niente DeepL: l’ho fatto a mano, ho sbagliato un termine tecnico e per fortuna una collega se n’è accorta. Umiliante e utile in parti uguali.
La cosa che mi ha sorpreso di più è successa in riunione. Senza la trascrizione automatica ho dovuto ascoltare davvero, prendere nota di quello che contava e lasciar cadere il resto. Alle tre di mercoledì ho fissato il cursore lampeggiante per un minuto intero senza sapere come iniziare. Un minuto vero, di quelli che di solito riempio chiedendo al modello un attacco qualsiasi pur di non stare fermo.
Quello che non mi è mancato
Ed è qui che l’esperimento ha smesso di essere una punizione. Mi sono accorto di quante volte uso l’AI non per produrre, ma per non decidere: le chiedo tre versioni di un titolo per rimandare la scelta, le faccio riformulare un paragrafo che andava già bene, mi tengo occupato mentre credo di lavorare. Senza quella stampella le decisioni arrivavano prima, perché non c’era nessuno a cui delegare l’esitazione. Ho ripensato a quando ho scritto che l’entusiasmo sta arrivando a gonfiare anche i software più banali: parte di quel gonfiore, ho capito, lo produco io, un prompt inutile alla volta.
Giovedì e venerdì: la testa più ferma
Verso la fine della settimana la concentrazione era cambiata. Riuscivo a stare su un compito per quaranta minuti senza sentire il bisogno di aprire un’altra scheda. Ero anche più stanco, va detto: la sera avevo la testa svuotata come dopo un esame. E ho prodotto meno. Un paio di attività ripetitive, quelle che di solito sbrigo in blocco con un aiuto, sono rimaste indietro. Non tutto il lavoro è creativo, e su quello meccanico l’assenza dell’AI si sente eccome, come mi avevano raccontato le trenta piccole aziende con cui avevo parlato: la usano soprattutto per togliersi di dosso il lavoro noioso, non per fare cose che prima non sapevano fare.
Il conto, alla fine della settimana
Mi aspettavo uno dei due finali comodi: o mi sarei sentito liberato, o azzoppato. È arrivato qualcosa di più scomodo. L’AI non mi aveva reso più veloce sulle cose che contano. Mi aveva reso più veloce su quelle che non contano. Del resto gli studi che misurano i guadagni di produttività dell’AI riguardano soprattutto compiti di scrittura standardizzati, quelli dove il tempo può calare anche del 40%. Il lavoro vero, cioè decidere cosa scrivere e giudicare se è venuto bene, era rimasto lento esattamente come prima, con o senza modello. È lo stesso confine che avevo intuito parlando del lavoro che l’AI non sostituisce: il giudizio non si automatizza, si allena.
Il lunedì dopo ho riaperto le schede. Non tutte. Ne tengo aperte molte meno di prima, e ogni volta che sto per aprirne una mi chiedo se mi serve o se sto solo rimandando una decisione. La verità è che non so ancora dire se questa sia disciplina o soltanto un’altra abitudine che mi racconto bene. Chiedetemelo tra un mese, quando il quaderno sarà finito in un cassetto.



