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Perché uso ancora Google e non solo Perplexity (dopo 8 mesi di test)

Otto mesi di test comparato Google vs Perplexity. Verdetto onesto: Perplexity vince nel 40% delle ricerche, Google resta insostituibile nel 60%. Ecco quando e perché.

Perché uso ancora Google e non solo Perplexity (dopo 8 mesi di test)

A novembre 2024 ho deciso di fare una cosa che nessuno intorno a me stava facendo: usare Perplexity come motore di ricerca principale, con Google in secondo piano. Non come esperimento di una settimana. Come switch di default: Perplexity in barra indirizzi, Google riservato ai casi in cui Perplexity mi lasciava a piedi. Otto mesi dopo, ho la risposta che nessun articolo di hype vuole scrivere. La tesi che difendo qui è netta: Perplexity è meglio per il 40% delle ricerche. Google resta insostituibile per il restante 60%. Chi vi racconta che uno sostituisce l’altro sta vendendo qualcosa, o non ha mai lavorato davvero né sull’uno né sull’altro.

Non è una posizione tiepida. È una posizione precisa, costruita su una banale abitudine: ho tenuto un log delle ricerche fatte in un mese completo (marzo 2026), 617 query totali, categorizzate a mano in undici tipologie. I dati che riporto qui vengono da lì, non da un’impressione. Vediamo cosa esce.

Dove Perplexity vince davvero (il 40%)

Partiamo dalle vittorie. Perplexity, con Sonar sotto il cofano, ha stravinto in quattro categorie di ricerca precise, e in modo così netto che tornare a Google in quelle è diventato fastidioso.

Prima categoria: ricerche di approfondimento tematico. “Qual è lo stato dell’arte sul quantum error correction nel 2026?”, “Spiegami come funziona il meccanismo di attention negli MoE moderni”, “Riassumi i principali paper sull’adversarial robustness dei LLM negli ultimi sei mesi”. Su queste query, Perplexity produce una sintesi con citazioni in 30 secondi. Su Google, avrei aperto quindici link e composto la sintesi manualmente. Vantaggio Perplexity: 10x sul tempo.

Seconda categoria: ricerche comparative su prodotti B2B. “Qual è la differenza tra Snowflake e Databricks per un data warehouse di 50TB?”, “Quali sono i pro e contro di Salesforce vs HubSpot per una PMI da 30 dipendenti?”. Perplexity fa un lavoro egregio nel raccogliere fonti terze e confrontarle. Google mi dà pagine di comparazioni SEO scritte da affiliati. Vantaggio Perplexity: qualità informativa più alta.

Terza categoria: ricerche di background su persone o aziende poco note. “Chi è il CEO di questa scale-up berlinese e cosa ha fatto prima?”, “Cronologia degli investimenti di questo fondo europeo”. Perplexity aggrega LinkedIn, Crunchbase, articoli, e restituisce un profilo in trenta secondi. Google richiederebbe cinque tab aperti.

Quarta categoria: prime bozze di ragionamento. “Se dovessi lanciare una newsletter B2B sul retail italiano, quali sono i tre segmenti sotto-serviti?” Qui non sto facendo ricerca, sto usando Perplexity come motore di brainstorming assistito da citazioni. Google non è progettato per questo.

Su queste quattro categorie, che rappresentano circa il 40% del mio traffico mensile, Perplexity ha sostituito Google integralmente. Non torno indietro. Il valore è talmente evidente che consiglio a chi non ci è ancora passato di provarci per due settimane consecutive.

Dove Google resta insostituibile (il 60%)

Ora il pezzo che nessun influencer AI ha voglia di scrivere. Google ha vinto, e vinto senza gara, su almeno cinque categorie di ricerca che rappresentano il grosso del mio uso quotidiano.

Prima: notizie fresche, ultime ore. Se voglio sapere cosa è successo mezz’ora fa a Piazza Affari, Perplexity mi restituisce spesso articoli di dodici ore prima, o peggio, un riassunto con date sbagliate. Google News, con tutti i suoi difetti, è ancora il modo più veloce per intercettare l’ultima ora. Su questa categoria non c’è partita.

Seconda: ricerche locali. “Ristorante giapponese aperto stasera in zona Porta Romana”, “orario ufficio postale Prati”. Google Maps integrato nel motore è imbattibile. Perplexity non è progettato per questo e non ha senso pretenderlo.

Terza: siti specifici e navigazione. “Login del portale Enel”, “Pagina fatturazione TIM business”, “Modulo F24 editabile 2026”. Su queste, l’utente vuole atterrare sul sito giusto in due secondi. Google restituisce il link, Perplexity mi dà un pezzo di ragionamento che non serviva. Interfaccia sbagliata per il problema.

Quarta: ricerca immagini e video. “Immagine sfondo desktop paesaggio dolomiti”, “video tutorial cambio olio Toyota Yaris”. Perplexity qui non compete. Google Images, YouTube integrato, sono in un’altra lega.

Quinta: query molto brevi e ambigue. Digito “Karpathy”, perché voglio arrivare al suo profilo. Google mi manda sul link giusto in mezzo secondo. Perplexity produce un profilo in dodici secondi che non mi serviva.

Sommando queste cinque categorie, siamo al 60% del volume. Non è un dato che si può liquidare come “abitudine mentale del vecchio utente”. È struttura d’uso.

La verità imbarazzante sulle citazioni

C’è un altro punto, meno raccontato di quanto meriti. Perplexity ha reso una battaglia culturale la citazione delle fonti. Meraviglioso, in teoria. Nella pratica, dopo otto mesi di uso intenso, ho verificato manualmente 82 sintesi Perplexity confrontandole con le fonti citate. Risultato: nel 14% dei casi, la fonte citata non conteneva l’affermazione che Perplexity le attribuiva, o la conteneva in forma molto più sfumata. Il 14% non è un dato per gridare al fallimento, ma è un dato per non farsi ipnotizzare dall’aura di rigore. Non sono l’unico ad averlo misurato: uno studio del Tow Center della Columbia Journalism Review ha rilevato citazioni sbagliate nei motori di ricerca AI in oltre il 60% dei test, con Perplexity comunque tra i più affidabili del gruppo.

Quando cerco una notizia da citare in un pezzo giornalistico, apro comunque le fonti. E se apro le fonti, molto spesso avrei fatto prima con Google. Perplexity non elimina il fact-checking, lo sposta a valle. Chi non lo fa, sta pubblicando errori attribuiti a fonti autorevoli.

Controobiezione: “Ma i modelli miglioreranno”

Prima controobiezione seria: quello che dici oggi non varrà tra sei mesi. Perplexity migliora, Sonar migliora, presto colmerà i gap.

Mi sento di dissentire. Non perché non migliorerà, migliorerà eccome. Ma perché i punti in cui Google vince (freschezza locale, ricerca navigazionale, mappe, immagini) sono resi possibili da asset infrastrutturali su cui Perplexity non può competere in tempi brevi: crawling continuo di scala Google, base dati Maps, integrazione YouTube, indice News aggiornato in tempo reale. Perplexity può comprare crawler, ma non può ricostruire in due anni quello che Google ha in venti.

E poi, c’è la seconda parte: Google sta rispondendo. AI Overviews è una risposta imperfetta ma esiste. Gemini integrato nella search fa parte del piano. Quando la battaglia è tra un modello (Perplexity) e un incumbent che sta migrando (Google), il tempo è dalla parte dell’incumbent, non dello sfidante. Lo dico da tifoso di Perplexity, non da conservatore.

Controobiezione: “Perplexity fa risparmiare tempo”

Seconda obiezione benevola: Alessandro, il tempo che risparmi con Perplexity vale la sostituzione anche se copre solo il 40% delle ricerche.

Anche qui è più sfumato di così. Il tempo risparmiato è reale nella prima categoria (approfondimento tematico). Nelle altre tre categorie in cui Perplexity vince, il vantaggio è di qualità informativa, non tanto di tempo. E per contro, quando Perplexity fallisce su una query navigazionale (“apri il sito Y”) mi fa perdere tempo perché mi produce un ragionamento inutile prima di mandarmi al link.

Nel bilancio complessivo, il vero valore d’uso di Perplexity si vede quando si accetta di non usarlo per tutto. Il pattern che raccomando dopo otto mesi è duplice: due motori aperti, ognuno per il suo mestiere. Non uno che sostituisce l’altro.

E gli altri sfidanti? ChatGPT search, Gemini, Claude

Domanda naturale: nella comparazione, dove si mettono gli altri? Ho testato anche ChatGPT con web search attivo, Gemini con integrazione Google, e Claude quando ha lanciato il proprio browsing.

Il verdetto sintetico: ChatGPT con search è competitivo, ma resta un chatbot che ha aggiunto una funzione, non un motore di ricerca. Le citazioni sono meno curate di Perplexity. Gemini è potente sulla parte di ragionamento ma la UI di ricerca dentro Google search è ancora sperimentale e i risultati oscillano. Claude, ancora oggi, è splendido per il ragionamento su documenti, non per la scoperta di informazioni fresche.

Se dovessi scegliere due strumenti da tenere in un mondo dove uno solo posso permettermi, sceglierei Google + Perplexity. Non ChatGPT + Google. E questa scelta, per me, dice tutto sulla natura del problema.

Cosa cambia per un professionista italiano

Se sei un consulente, un analista, un giornalista, un manager che passa più di due ore al giorno a cercare informazioni, la conclusione operativa è questa: separa i mestieri. Metti Perplexity in una scorciatoia rapida per le ricerche di approfondimento e comparazione. Tieni Google come default del browser. Non provare a fare tutto con uno solo dei due, perderai efficienza in modi che non noti sul momento e ti accorgi solo a fine mese.

Se sei una PMI e stai pensando a un abbonamento Perplexity Pro per il team, il ROI c’è, ma non racconta la storia intera. Vale se il team fa ricerche di approfondimento tematico. Non vale se il team fa ricerche navigazionali e locali. Fai due settimane di test con dieci persone prima di firmare l’annuale.

Perché scrivo questo pezzo

Scrivo controcorrente perché in questi mesi ho letto trenta articoli entusiasti su Perplexity e zero che ne indicassero i limiti seri e verificati sul campo. Non è disonestà, è pigrizia analitica: è più semplice raccontare la disruption che raccontare la coesistenza. Ma la realtà d’uso di un professionista che macina ricerche vere è, quasi sempre, una realtà di coesistenza.

Il modo in cui useremo la ricerca nei prossimi tre anni sarà probabilmente ibrido. Molto ibrido. Un vecchio motore per la parte navigazionale, mappe e freschezza. Un motore semantico con citazioni per la sintesi tematica. E, sempre più spesso, un agent conversazionale per le query complesse in cui vogliamo prima ragionare e poi cercare. Perplexity gioca in modo brillante nella seconda categoria, ma le altre due non le sostituisce.

Cosa cambia per te? Se hai fatto lo switch integrale a Perplexity, controlla dopo un mese quante volte hai riaperto Google di nascosto per una ricerca locale, una notizia dell’ora, un sito specifico. Se la risposta è “spesso”, non hai fallito. Hai solo scoperto quello che ho scoperto io: nessuno strumento è progettato per fare tutto, e chi ti racconta il contrario ti sta vendendo un abbonamento. Scrivimi il tuo pattern d’uso, sono curioso di sapere se il 40/60 mio si avvicina al tuo o se hai un’altra proporzione.

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Alessandro Ferri

Alessandro Ferri

Redazione · Opinioni

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