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L’italiano che l’AI non capisce ancora

Copertina tipografica: titolo dell’opinione e la frase Bravo, complimenti con complimenti evidenziato

Lo ammetto: per un paio d’anni ho creduto che la questione fosse chiusa. I modelli scrivevano in italiano meglio di parecchi stagisti che ho corretto, rispondevano senza calchi vistosi dall’inglese, mettevano gli accenti al posto giusto. Poi, a marzo, ho chiesto a un modello di rifinire una lettera di diffida che avevo abbozzato per un cliente. Me l’ha restituita impeccabile nella forma e sbagliata nel tono: cortese dove doveva essere fredda, ammorbidita proprio nei passaggi in cui il cliente voleva far male. Grammaticalmente perfetta, di fatto inservibile.

Faccio traduzione e revisione da undici anni, e da due lavoro fianco a fianco con questi strumenti tutti i giorni. Non sono qui a dire che non funzionano. Dico che l’italiano “medio” – una mail ordinata, un post, la sintesi di un verbale – lo reggono benissimo, spesso meglio di me quando sono stanca. Il problema comincia quando l’italiano smette di essere medio.

Il registro è la prima crepa

La lingua italiana vive di registri, e li cambia in fretta. Tra “la ringrazio per la cortese attenzione” e “grazie mille, ci sentiamo” non c’è solo una differenza di formalità: c’è una differenza di intenzione. I modelli tendono a schiacciare tutto verso un centro educato e un po’ asettico, quello che io chiamo l’italiano da comunicato aziendale. Se chiedo un testo secco, mi arriva comunque cortese. Se chiedo qualcosa di caldo, mi arriva zuccheroso. La via di mezzo la trovano; gli estremi, che spesso sono il punto, no.

L’ironia, campo minato

Poi c’è l’ironia, che in italiano è quasi sempre detta al contrario di quello che si pensa. “Bravo, complimenti” può essere un elogio o una stroncatura, e la differenza sta in una virgola, in un contesto, in un sottinteso che noi cogliamo al volo. Ho provato a far scrivere a un modello una battuta per la newsletter di un cliente del settore vinicolo, di quelle che giocano sull’understatement lombardo. Ne è uscita una spiegazione della battuta travestita da battuta. Faceva tenerezza, un po’ come quando qualcuno ti racconta una barzelletta e alla fine te la commenta.

I dialetti sono un altro discorso, e forse è ingiusto pretenderlo. Ma capita: un cliente pugliese mi chiede un claim che “suoni di casa”, con una parola in dialetto dentro. Il modello o la traduce in italiano, tradendola, o la inventa. Una volta mi ha proposto un finto napoletano che a Napoli avrebbe fatto ridere per i motivi sbagliati.

Il congiuntivo, ma non dove pensate

Sul congiuntivo si è detto molto, e in genere a sproposito. I modelli il congiuntivo lo sanno, eccome. Dove inciampano è nei casi in cui il congiuntivo porta un peso semantico: le ipotesi controfattuali stratificate, il discorso indiretto libero, quei periodi in cui il modo verbale segnala il dubbio dell’autore e non solo la regola grammaticale. In un testo argomentativo serio, dove “sembra che sia” e “sembra che fosse” dicono due cose diverse, ho visto scelte che erano corrette per la grammatica e sorde rispetto al senso. È una sordità sottile, difficile da spiegare a chi non lavora con le parole.

La lingua del lavoro non abita su internet

La sorpresa più grossa, però, me l’ha data la terminologia professionale. C’è un intero italiano tecnico – notarile, medico, edilizio, contabile – che vive nei documenti e pochissimo nel web aperto su cui questi modelli si sono nutriti. La “voltura”, il “computo metrico”, la “quietanza liberatoria”, il gergo del catasto: parole che qui in Italia usiamo ogni giorno e che il modello spesso conosce solo di striscio, o confonde con termini simili. Su un capitolato d’appalto ho visto un modello scambiare “oneri” e “spese” come fossero sinonimi. Per un tecnico non lo sono, e quella confusione in un preventivo costa soldi veri.

Il burocratese italiano poi è un mondo a parte. Non difendo quella prosa contorta, la detesto. Ma se devo far dialogare un cliente con l’INPS o con un ufficio comunale, il modello tende a semplificare dove non si può semplificare, a chiamare le cose con il nome giusto per il cittadino ma sbagliato per il modulo. E i moduli, ahimè, vogliono le parole loro.

Non è colpa dell’italiano

Mi si dirà: sono limiti che passeranno. Probabilmente sì. Le classifiche su chi se la cava meglio si muovono di mese in mese, e chi ha confrontato quale tra i modelli capisce meglio l’italiano sa che la distanza tra i migliori si è assottigliata. Tra ChatGPT, Gemini e Claude le differenze sull’italiano quotidiano sono ormai piccole, e ci sono diversi strumenti che se la cavano bene con la nostra lingua. Ma il problema non è la sintassi: è la scarsità. Di italiano scritto bene, vario, contestualizzato, in rete ce n’è meno di quanto crediamo, e quello tecnico è quasi tutto chiuso dentro archivi che i modelli non hanno visto. È lo stesso problema che ha spinto la Sapienza a costruire da zero Minerva, un modello linguistico allenato su testi italiani proprio per ridurre questa dipendenza dai dati in inglese.

Questo si lega a una questione più larga, il ritardo con cui l’Europa costruisce i propri modelli: quando l’italiano lo maneggia soprattutto chi lo ha imparato di seconda mano, da un web dominato dall’inglese, le sfumature che si perdono sono le nostre. Esistono alternative italiane ed europee, ma nessuna ha ancora ribaltato il quadro.

Intanto continuo a usarli, questi strumenti, e a correggerli. Fanno il grosso del lavoro pesante e mi lasciano quello che conta: decidere quando “grazie” è un ringraziamento e quando è un avvertimento. Non so se un modello imparerà mai davvero quella differenza. So che finché non la impara, il mio mestiere non è finito – e che ogni volta che qualcuno mi dice il contrario, ho voglia di rispondergli “bravo, complimenti”.

Categorie Opinioni
Elisa Marchetti

Elisa Marchetti

Redazione · Opinioni

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