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Opinioni

Perché non uso l’AI per scrivere i miei articoli

Illustrazione tipografica con penna e cursore di testo, etichetta OPINIONE

Tengo aperto un file mentre lavoro. Si chiama “appunti” ed è un disastro: frasi lasciate a metà, una citazione senza fonte, un paragrafo che ho spostato tre volte e che ancora non gira. Ogni tanto, davanti a quel disordine, mi viene la tentazione di incollare tutto in un modello e chiedergli di sistemarlo al posto mio. Non lo faccio, e non per un principio astratto. Vale la pena spiegare perché, visto che è anche una scelta di questa testata e non solo una mia fissazione.

Non è una crociata contro l’AI

Parto da una cosa che potrebbe sorprendere: l’intelligenza artificiale la uso tutti i giorni. La uso per cercare, per verificare una data che non ricordo, per farmi elencare gli argomenti contrari alla tesi che sto difendendo. Quando ho un dubbio su una regola grammaticale la interrogo come farei con un collega più pignolo di me. Ho perfino scritto altrove di come si costruisce un prompt che serve davvero a qualcosa, perché sì, c’è un mestiere anche in quello.

Quindi no, non sono qui a dire che questi strumenti fanno male o che chi li usa bara. Sto dicendo un’altra cosa, più stretta: c’è un pezzo del lavoro che non delego, ed è proprio quello che la maggior parte delle persone pensa sia il lavoro.

La parte che non cedo

Scrivere, per me, non è la fase in cui metto le parole in fila. Quella è l’ultima, ed è la più veloce. Il lavoro vero viene prima: capire cosa penso davvero di una cosa, trovare l’angolo che non è banale, decidere cosa lasciare fuori. Un modello linguistico può darmi venti aperture per questo articolo in dieci secondi. Il problema è che nessuna delle venti sarebbe la mia, e io me ne accorgerei leggendole. Peggio: te ne accorgeresti tu. Non è solo una mia impressione: uno studio pubblicato su Science Advances ha rilevato che i testi scritti con l’aiuto dell’AI tendono a somigliarsi tra loro, riducendo la varietà complessiva.

La voce è la somma di scelte piccole. Una virgola al posto di un punto. Un aggettivo che rifiuto perché sa di comunicato stampa. Il ritmo di una frase corta dopo tre lunghe. Sono decisioni che prendo per istinto, ma l’istinto è fatto di anni di letture e di errori. Un modello imita quella superficie benissimo, e sta migliorando in fretta. Quello che non ha è il motivo per cui io scelgo così e non in un altro modo.

Un pomeriggio che ricordo bene

L’anno scorso ero in ritardo su un pezzo, di quelli da consegnare per le sei. Alle quattro avevo una scaletta e mezza pagina. Ho ceduto: ho chiesto a un modello di scrivermi la parte centrale partendo dai miei appunti. In quattro minuti avevo tre paragrafi puliti, corretti, plausibili. Li ho riletti e mi sono sentita sollevata per circa un minuto.

Poi ho iniziato a sistemarli, come faccio sempre. E mi sono accorta che non ci riuscivo. Non c’era niente da sistemare, perché non c’era niente di mio da cui partire. Erano frasi che dicevano la cosa giusta senza che dietro ci fosse qualcuno a pensarla. Ho cancellato tutto e ho consegnato in ritardo di venti minuti, con le mie mezze frasi storte. Quel pezzo, con tutti i suoi difetti, era mio. Gli altri tre paragrafi erano di nessuno.

Dove l’AI mi fa davvero comodo

Detto questo, sarei disonesta se facessi finta di lavorare come nel 2010. Quando chiudo una bozza, la do in pasto a uno strumento e gli chiedo di dirmi dove non torna: dove ripeto un concetto, dove una frase è troppo lunga per respirare, dove ho dato per scontata una cosa che il lettore non sa. È quel controllo della bozza che una volta chiedevo a un’amica, quando aveva tempo. Ora ce l’ho sempre a disposizione, ed è un guadagno vero.

Per il resto uso Claude quando devo verificare che un ragionamento stia in piedi, e DeepL quando cito una fonte in un’altra lingua e non voglio fidarmi solo del mio inglese. Sono strumenti, e li tratto come tali: mi tolgono i lavori noiosi e mi lasciano quello per cui vengo pagata, cioè avere un’idea e difenderla.

La tentazione è reale

Non voglio darmi un’aria eroica. La comodità di delegare è forte, soprattutto nei giorni storti, quando la pagina è bianca e la scadenza no. So che potrei pubblicare il doppio degli articoli se lasciassi fare la stesura a un modello e poi la ritoccassi. So anche che quasi nessuno, leggendo, se ne accorgerebbe. È proprio questo che mi mette a disagio: non il fatto che si veda, ma il fatto che non si veda.

Perché se non si vede la differenza, allora la differenza la sento solo io, ed è una cosa fragile su cui costruire una scelta. Eppure la sento. Un testo scritto per intero da una macchina, anche buono, ha una superficie levigata sotto cui non c’è attrito. Nessuna esitazione, nessun rischio, nessuna frase che poteva andare male e invece ha funzionato. Io leggo per quell’attrito, e cerco di scriverlo.

Perché qui i pezzi li scrivono le persone

Questa non è solo la mia abitudine, è una linea della testata. Su questo sito raccontiamo l’intelligenza artificiale ogni giorno, e spesso spieghiamo come usarla per scrivere meglio nel lavoro di tutti. Sarebbe strano, e un po’ vigliacco, farlo con articoli che non ha scritto nessuno.

Quando leggi un pezzo qui, dietro c’è una persona con un nome, che ha deciso di pensarla in un certo modo e si prende la responsabilità di averlo scritto. Puoi non essere d’accordo, e va benissimo. Ma hai con chi litigare. Con un testo generato non litighi: scorre e sparisce. Noi vogliamo darti qualcosa con cui litigare.

Non so per quanto ancora la differenza resterà evidente. Forse tra due anni i modelli scriveranno con un’esitazione finta così ben fatta da ingannare anche me. Per ora, però, quel file di appunti disordinato resta aperto, e continuo a sistemarlo a mano.

Categorie Opinioni
Tool Claude DeepL
Elisa Marchetti

Elisa Marchetti

Redazione · Opinioni

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